26 luglio, 2007

Parole

(immagine di Blogosfere)

"Vorrei una persona accanto che, se le dicessi che domani parto per l'Africa, non mi dicesse niente. Magari mi sorridesse. E mi chiedesse posso venire anch'io?".

"Sai, mi sono forse innamorata di te quando hai detto quella frase, in cucina. E ho pensato che mai avevo incontrato una persona che pensasse questa mia stessa grande verità".



E se moltiplico gli 8000 km per i 10.000 metri di altezza fanno 80.000.000.000 di metri.
E me ne frego se non si può.
Se mi dite, come diceva la maestra alle elementari, è come sommare pere con mele.
Io li ho fatti.
Ad uno ad uno.
E li sento tutti.
Check-in-svuotare tasche, togliere scarpe, metal detector, posto finestrino, sguardi sui passeggeri vicini, occhi puntati sullo schermo. Motori accesi, il rullo dell'aereo, il rombo dei motori, la sferzata che ti schiaccia al sedile, la quota che non arriva mai. Il bip delle lucine che si spengono. Ci possiamo alzare. Ma per andare dove? Non posso uscire. Cosa danno sullo schermo? Chi se ne frega, lo guardo. Non mi piace, accendo i giochi. 3 partite perse in 10 secondi contro il computer. Quanto manca? Una vita. Meno pochi km. Dormo. Ci provo. Il cibo. Mastica lento, che impieghi più tempo. La notte. Un primo, un secondo, un terzo decollo e atterraggio.
Sono infinitamente tante le ore di volo per chi non ama volare se non con la fantasia.
Ma c'è qualcosa di più grande. E lascio il testamento per gli amici. E parto. perché voglio così. Sempre padroni delle proprie scelte. Sempre in bilico sulla lama. Nessuna scelta facile. Mai. E tanta paura. E tanti errori. E tanto dolore.
Ma che bello vederti sorridere.
Che sensazione di immenso quando ti chiedo una cosa e ti già sai cosa volevo.
E che meravigliosa noia seguirti in posti in cui mai avrei pensato di poter andare.
E il caldo della tua mano che stringe la mia mentre solitari in una strada di campagna facciamo km a piedi nel buio alla ricerca di un hotelito.
E il caldo senza pietà che mi attanaglia il corpo ma che non mi fa cedere.
E la nostra stanza.
Piccola, intima, pazzamente nostra.
Piena di formiche da uccidere la sera, ma nostra.
Riconquistata ogni sera.
E il filo per tendere i panni, sempre troppo corto e sempre troppo blu.
E quella cimice immensa che ho ucciso in bagno mentre tu facevi la doccia.
E non ti ho detto niente.
E il nostro letto.
Un forno appiccicoso, una poltiglia caliente che ci occoglieva con sprezzo e con sfida dopo le lunghe giornate sotto al sole.
E le gambe mai distese per non offrire al Mostro tutto il nostro corpo.
E il ventilatore che ti teneva sveglio per il rumore e mai riusciva a rinfrescarti.
E la nostra stanza.
E noi.